S. Paulo e i mattoncini Lego

Era già un po’ di tempo che non arrivavo a S. Paulo, la città – se così si può chiamare quell’estensione immensa di case, strade e costruzioni varie che accoglie circa 20 milioni di persone – che mi ha accolta nel 2004, 2006 e 2007, e che mi ha fatto sentire a casa.

Nel viaggio da Santa Cruz de la Sierra a S. Paulo – per la verità molto agitato, con turbolenze fino al momento dell’ atterraggio, con “Oh!” della gente ad ogni sobbalzo – era seduto vicino a me un ragazzino, ad occhio e croce di 10 anni. Parlava spagnolo fluido, ma “preferisco parlare portoghese”, dice alla vicina dall’ altra parte.

Quando arriviamo molto vicini alle case, nella fase finale dell’atterraggio, il bimbo guarda fuori dal finestrino e inizia ad emozionarsi: “Evviva, queste case sono quelle che conosco!” ripete varie volte. Stavamo passando sopra una serie di grattacieli, che dall’ alto parevano mattoncini Lego.

Mi ha fatto sentire tanta tenerezza il piccolino: per lui i grattacieli sono “casa”. E poi pensavo: anche per me S. Paulo è casa. E’ vero, anche per me i grattacieli ricordano la città, ma altri elementi mi sussurrano casa: il canto del “Bentevi”, il supermercato Andorinha, il suono degli aerei che passano sopra la casa, le palme e il verde del giardino. Le mie sorelle che, sebbene sono molto più vecchiette, sono sempre le stesse.

Ecco, il mio essere a casa in Brasile. Ecco la ricchezza della missione, che ci fa guadagnare tante “case” nel senso di luoghi familiari e amati, relazioni fraterne, amicizie, ricchezza culturale. In comunità diciamo che il “centuplo” promesso da Gesù a chi lo segue consiste proprio in questo.

Lascia un commento